Visualizzazione post con etichetta psicologo caserta. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta psicologo caserta. Mostra tutti i post

lunedì 8 aprile 2013

ADOLESCENZA E INNAMORAMENTO


L’evento che segna l’inizio dell’adolescenza è lo sviluppo puberale. I cambiamenti fisici e corporei che esso comporta sono irreversibili e testimoniano la fine di una condizione, quella di bambino, e l’inizio di nuove modalità di relazionarsi sul piano affettivo.
Nel periodo adolescenziale si completa il processo dell’individuazione affettiva, attraverso il quale i ragazzi spostano i loro investimenti affettivi fuori dalla famiglia d’origine. L’innamoramento e l’amore favoriscono, in questo periodo di vita, l’approfondimento delle...Continua a leggere qui!

IL LUTTO PERINATALE


Il lutto perinatale è per i genitori un’esperienza di intenso dolore e sofferenza per la perdita di un figlio atteso e perso durante la gravidanza o al momento del parto o nel periodo immediatamente vicino alla nascita. E’ un evento che, soprattutto nei primi tempi, lascia nella coppia un...Continua a leggere qui!

LA NASCITA DEL PRIMO FIGLIO


In seguito alla nascita del primo figlio la coppia si trasforma in famiglia e acquisisce un nuovo legame, quello genitoriale, che durerà per sempre: si può smettere di essere coppia ma si sarà madre e padre del proprio bambino per sempre. E’ importante in questa fase della vita che…Continua a leggere qui!

lunedì 27 agosto 2012

LA DEPRESSIONE NEI BAMBINI

È raro sentir parlare di depressione infantile, eppure questo è un disturbo in forte crescita, interessa il 2-4% dei bambini ed è noto che tale incidenza tende ad aumentare durante l'adolescenza. 
I bambini esprimono i loro disagi, conflitti e delusioni in modo diverso dagli adulti e, diversamente da questi, che hanno la capacità di esprimere il loro disagio, i bambini non hanno ancora una buona capacità di verbalizzare e comunicare il loro malessere e la loro sofferenza, che viene pertanto espressa attraverso il loro comportamento. 
La depressione infantile è una realtà che tende a passare inosservata agli occhi del 70% dei genitori. 
Anche se alcuni bambini esprimono la loro depressione attraverso i classici sintomi (tristezza, pessimismo, ansia, ecc.), nella maggior parte dei casi, i cambiamenti più visibili tendono a confondersi con la ribellione: irritabilità, aggressività, iperattività, oppositività, ma anche con ridotto rendimento scolastico a causa dell’iperattività  e della sua incapacità a sostenere tempi attentivi  prolungati.
Il bambino depresso è spesso una piccola peste, in conflitto con i coetanei e con gli adulti; può manifestare ansia da separazione. Frequente è anche il disturbo del sonno che può manifestarsi sotto forma di incubo piuttosto che insonnia o ipersonnia, con frequenti risvegli notturni; nel bambino depresso può presentarsi anche enuresi e/o encopresi; spesso è presente la paura della morte (conversazioni ricorrenti in materia), sentimenti di colpa e di inutilità. 
E’ importante che i genitori si rendano tempestivamente conto di improvvise modifiche sul comportamento e l'umore dei bambini. 
Il ruolo dei genitori è cercare di capire e simpatizzare con le difficoltà del bambino, anche se possono sembrare insignificanti. Ad esempio, un trasloco può provocare più paura e ansia di  quanto gli adulti possano immaginare. 
Instaurare un clima di fiducia favorevole al bambino è importante  al fine di tranquillizzarlo ed esplorare le sue difficoltà. 
Se questi cambiamenti si prolungano per più di due settimane senza una causa identificabile, è importante chiedere aiuto ad uno psicologo in quanto riconoscere subito una depressione nei bambini ne favorisce la risoluzione
                                   Dott.ssa Rita Manzo

PUOI LASCIARE UN COMMENTO QUI SOTTO

giovedì 2 agosto 2012

STILI EDUCATIVI DEI GENITORI

DIMMI CHE GENITORE SEI E TI DIRO’ CHE FIGLIO AVRAI!
Lo stile educativo adottato dai genitori influisce sullo sviluppo dei figli. Per stile educativo si intende quell’insieme di atteggiamenti che il padre e la madre manifestano nei confronti dei figli che  creano il clima emotivo nel quale i genitori attuano i propri comportamenti specifici, volti ad ottenere determinati risultati educativi. Ogni genitore si rapporta con il proprio figlio secondo uno stile educativo preferito, nella gran parte dei casi in modo assolutamente inconsapevole e istintivo. Questo stile educativo  influisce in particolar modo sullo sviluppo di un positivo senso del sé e delle competenze personali dei figli. 
Possiamo distinguere tre diversi stili educativi:
STILE AUTORITARIO
I genitori con uno stile autoritario sono guidati principi molto rigidi, impongono le regole ai propri figli senza alcuna spiegazione, alzano spesso la voce e perdono la pazienza, non accettano di essere contraddetti, a meno di severe punizioni. 
Esercitano un eccessivo controllo sul comportamento dei figli, indipendentemente dall’età e dal contesto in cui si trovino. Si dimostrano scarsamente affettuosi con i propri figli, apparendo distanti e a volte freddi. 
Le richieste di comportamento maturo sono elevate, la comunicazione genitore–figlio è scarsa e il punto di vista del minore non viene ritenuto importante né dunque preso in considerazione. 
In un ambiente così rigido, il bambino non ha la possibilità di sperimentare né di comprendere il valore delle regole, seppur rispettate per timore di essere puniti. È probabile che sviluppi una scarsa opinione di sé e che tenda a svalutare le sue capacità, assecondando passivamente il volere e le opinioni altrui. 

STILE PERMISSIVO/LASSISTA 
I genitori permissivi esigono poco dai figli, hanno difficoltà a imporre delle regole e a farle rispettate qualora ci siano. Lasciano il bambino libero di esprimere i suoi bisogni ma anche di autoregolarsi, senza alcun limite. Non esercitano alcun controllo sulla vita dei figli, né durante l’infanzia né dopo.
Sono affettuosi, accettanti e pieni di attenzioni, estremamente tolleranti  nei confronti dei comportamenti, richieste e desideri del bambino. Il livello comunicativo è buono o molto buono. Questi genitori richiedono raramente comportamenti maturi ai propri figli, e tendono a soddisfare tutte le loro richieste.  
Questo stile educativo non produce risultati migliori rispetto al precedente. Generalmente, la mancanza di regole provoca confusione, disorientamento e angosce nei minori. Questi ultimi, in assenza di un’autorità genitoriale, non percepiscono punti di riferimento e una guida sicura, per cui potrebbero sperimentare un falso senso di onnipotenza, da cui possono derivare notevoli problemi nelle relazioni sociali e nell’inserimento in gruppi amicali, soprattutto durante l’adolescenza, in cui possono manifestarsi comportamenti di tipo antisociale.

STILE AUTOREVOLE 
I genitori autorevoli stabiliscono delle regole chiare e coerenti per i propri figli e pongono loro dei limiti laddove ce ne fosse bisogno. Ascoltano le richieste e le domande di chiarificazione dei figli, sono interessati alla loro opinione e disponibili alla negoziazione.  Spiegano il perché di eventuali divieti o proibizioni. La comunicazione tra genitore e figlio è efficace. I genitori sono affettuosi e caldi. Ai figli vengono richiesti comportamenti maturi e appropriati alla loro età. È altamente probabile che, in tale clima familiare, i minori sviluppino buoni livelli di autostima e fiducia in se stessi, autonomia, maturità e competenza affettiva e sociale. Sono rispettosi delle regole ma non le seguono passivamente, le interiorizzano e le fanno proprie. Tale stile educativo incoraggia il bambino a essere autonomo dai genitori e, soprattutto, a sviluppare la sua personalità. Questi bambini avranno minori difficoltà di relazione con i coetanei e saranno più competenti nell’esprimere e portare avanti le proprie idee. Questo è lo stile educativo più consono a una buona educazione del bambino.

I genitori spesso  non aderiscono ad un unico stile educativo e si ritrovano a variare combinando diversi atteggiamenti in base alle situazioni e circostanze. L’importante  è riuscire a mantenere una certa coerenza verso il bambino e accettare di non essere perfetti! si può sbagliare,  l’importante è ammettere l’errore con sé stessi e con i propri figli.
                                                 Dott.ssa Rita Manzo
Ti potrebbero interessare anche i seguenti argomenti:
Il ciclo di vita della famiglia
La nascita del primo figlio


martedì 17 luglio 2012

Il BAMBINO IPERATTIVO


Il Disturbo da Deficit di Attenzione/Iperattività, o ADHD, è un disturbo evolutivo dell’autocontrollo caratterizzato da una difficoltà di attenzione e concentrazione, di controllo degli impulsi e del livello di attività. Questi problemi derivano sostanzialmente dall’incapacità del bambino di regolare il proprio comportamento in funzione del trascorrere del tempo, degli obiettivi da raggiungere e delle richieste dell'ambiente.
Tale disturbo nel 70-80% dei casi coesiste con uno o altri disturbi. Ciò aggrava la sintomatologia rendendo complessa sia la diagnosi che la terapia. Quelli più frequentemente associati sono il disturbo oppositivo-provocatorio e i disturbi della condotta, i disturbi specifici dell'apprendimento e i disturbi d'ansia. 
L’ADHD è un vero problema, per l’individuo stesso, per la famiglia e per la scuola, e spesso rappresenta un ostacolo nel conseguimento degli obiettivi personali. E’ un problema che genera sconforto e stress nei genitori e negli insegnanti i quali si trovano impreparati nella gestione del comportamento del bambino.

Criteri diagnostici per il Disturbo da Deficit di attenzione/Iperattività

La più recente descrizione dell’ADHD è contenuta nel DSM-IV secondo il quale, per poter porre diagnosi di ADHD, un bambino deve presentare almeno 6 sintomi per un minimo di sei mesi e in almeno due contesti; inoltre, è necessario che tali manifestazioni siano presenti prima dei 7 anni di età e soprattutto che compromettano il rendimento scolastico e/o sociale. Se un soggetto presenta esclusivamente 6 dei 9 sintomi di disattenzione, viene posta diagnosi di ADHD - sottotipo disattento; se presenta esclusivamente 6 dei 9 sintomi di iperattività-impulsività, allora viene posta diagnosi di ADHD - sottotipo iperattivo-impulsivo; infine se il soggetto presenta entrambe le problematiche, allora si pone diagnosi di ADHD - sottotipo combinato. 
A. Entrambi (1) o (2):
1) sei (o più) dei seguenti sintomi di Disattenzione che persistano per almeno 6 mesi con un’intensità che provoca disadattamento e che contrasta con il livello di sviluppo:
Disattenzione
(a) spesso fallisce nel prestare attenzione ai dettagli o compie errori di inattenzione nei compiti a scuola, nel lavoro o in altre attività;
(b) spesso ha difficoltà nel sostenere l’attenzione nei compiti o in attività di gioco;
(c) spesso sembra non ascoltare quando gli si parla direttamente;
(d) spesso non segue completamente le istruzioni e incontra difficoltà nel terminare i compiti di scuola, lavori domestici o mansioni nel lavoro (non dovute a comportamento oppositivo o a difficoltà di comprensione);
(e) spesso ha difficoltà ad organizzare compiti o attività varie;
(f) spesso evita, prova avversione o è riluttante ad impegnarsi in compiti che richiedono sforzo mentale sostenuto (es. compiti a casa o a scuola);
(g) spesso perde materiale necessario per compiti o altre attività (es. giocattoli, compiti
assegnati, matite, libri, ecc.);
(h) spesso è facilmente distratto da stimoli esterni;
(i) spesso è sbadato nelle attività quotidiane.
2) sei (o più) dei seguenti sintomi di Iperattività-Impulsività che persistono per almeno 6 mesi ad un grado che sia disadattivo e inappropriato secondo il livello di sviluppo: 
Iperattività
(a) spesso muove le mani o i piedi o si agita nella seggiola; 
(b) spesso si alza in classe o in altre situazioni dove ci si aspetta che rimanga seduto; 
(c) spesso corre in giro o si arrampica eccessivamente in situazioni in cui non 
è appropriato (in adolescenti e adulti può essere limitato ad una sensazione soggettiva di 
irrequietezza); 
(d) spesso ha difficoltà a giocare o ad impegnarsi in attività tranquille in modo quieto; 
(e) è continuamente “in marcia” o agisce come se fosse “spinto da un motorino”; 
(f) spesso parla eccessivamente; 
Impulsività
(g) spesso “spara” delle risposte prima che venga completata la domanda; 
(h) spesso ha difficoltà ad aspettare il proprio turno; 
(i) spesso interrompe o si comporta in modo invadente verso gli altri (es. irrompe nei giochi o nelle conversazioni degli altri).
B. I sintomi iperattivi-impulsivi o di disattenzione che causano le difficoltà devono essere presenti prima dei 7 anni. 
C. I problemi causati dai sintomi devono manifestarsi in almeno due contesti (es. a scuola [o al lavoro] e a casa). 
D. Ci deve essere una chiara evidenza clinica di una significativa menomazione nel funzionamento sociale, scolastico o lavorativo. 
E. I sintomi non si manifestano esclusivamente nel corso di un Disturbo Generalizzato dello Sviluppo, Schizofrenia o altri Disturbi Psicotici oppure che non siano meglio giustificati da altri disturbi mentali (es. Disturbi dell’Umore, Disturbi Ansiosi, Disturbi Dissociativi o Disturbi di Personalità). 
I sintomi peggiorano tipicamente in situazioni che richiedono attenzione e sforzo mentale protratti o che mancano di attrattiva o di novità. I segni del disturbo possono essere minimi o assenti quando il soggetto è sotto controllo, ed è più probabile che si manifestino in situazioni di gruppo. L’ADHD non è un problema marginale che si risolve con l’età. Contrariamente a quanto si riteneva un tempo, infatti, la condizione può persistere in età adulta. La sua storia naturale è caratterizzata dalla persistenza fino all’adolescenza in circa due terzi dei casi e fino all’età adulta in circa un terzo o la metà dei casi. Molti di quelli che non rientrano più nella descrizione clinica dell’ADHD hanno ancora significativi problemi di adattamento nel lavoro, a scuola o in altri contesti sociali.
Le caratteristiche del disturbo variano a seconda dell’età e del livello di sviluppo e possono includere scarsa tolleranza alla frustrazione, eccessi d’ira, prepotenza, caparbietà, labilità d’umore, disforia, scarsa autostima, rifiuto da parte dei coetanei. I risultati scolastici sono spesso compromessi e i soggetti conseguono un livello di istruzione inferiore.
E’ difficile stabilire una diagnosi nei bambini con meno di 4-5 anni perché il loro comportamento è molto più variabile di quello dei bambini più grandi. Nella tarda fanciullezza o nella prima adolescenza i segni di attività motoria sono eccessivi e grossolani e i sintomi di iperattività possono essere limitati a irrequietezza, nervosismo interiore. Nell’età adulta l’irrequietezza può comportare difficoltà di partecipare ad attività sedentarie o l’evitamento di situazioni che limitino l’attività di comportamento spontaneo.
Una causa specifica dell'ADHD non è ancora nota. Ci sono tuttavia una serie di fattori che possono contribuire a far nascere o fare esacerbare l'ADHD. Tra questi ci sono fattori genetici e le condizioni sociali e fisiche del soggetto.
E’ necessario capire se il bambino abbia veramente un Disturbo da Deficit di Attenzione/Iperattività oppure se sia semplicemente irrequieto e con la testa tra le nuvole. Nessuna persona, che non sia uno specialista (ad esempio, uno psicologo o un neuropsichiatra infantile), si deve sentire autorizzata a decidere se un bambino presenta o meno un ADHD.
                                             Dott.ssa Rita Manzo




venerdì 22 giugno 2012

COME AIUTARE UN BAMBINO AD AFFRONTARE LA PERDITA DI UNA PERSONA CARA



La perdita di una persona cara è un evento molto doloroso e traumatico, soprattutto per i bambini. I genitori che stanno attraversando un periodo di lutto spesso sono in difficoltà quando devono spiegare ad un bambino che un loro familiare o un caro amico è venuto a mancare e spesso hanno anche la tendenza ad evitare l'argomento per proteggere i propri figli. Tuttavia, arriva un momento in cui non si può eludere questa verità. E’ importante garantire al bambino che ha perso una persona cara un costante percorso di accompagnamento e contenimento emotivo. E’ fondamentale imparare il modo giusto per aiutare il piccolo ad affrontare e superare questo triste momento. Le seguenti linee guida possono rendere questo processo più semplice.

1) Siate onesti con i bambini e incoraggiateli a porvi domande. Questo può essere difficile perché non si hanno tutte le risposte. Ma è importante per creare un’atmosfera di comfort e di apertura, e fargli capire che non c’è un unico modo di affrontare questa perdita, c’è chi piange e chi invece, soffre dentro.

2) E’ possibile spiegare che cos’è la morte ai bambini sin dai primissimi anni. E’ bene considerare l'età di un bambino e la sua capacità di capire le idee complesse. I bambini non hanno una comprensione matura della morte fino all'età di otto o nove anni. I più piccoli possono pensare che la morte è qualcosa di temporaneo, e che la persona che li ha lasciati tornerà in futuro.

3) Utilizzare termini precisi quando si parla di morte. Le persone spesso utilizzano come sinonimo di morte il termine "perdere" una persona cara. I bambini potrebbero farsi l’idea che  la persona può essere “ritrovata”. Spesso si usano  immagini fantasiose, come "il nonno ha raggiunto la nonna in cielo" o anche "è partito per un lungo viaggio"... all'inizio questa strategia può essere una soluzione, tuttavia essa ha i suoi limiti, rischiando di confondere il bambino. 
La cosa migliore è affrontare l'argomento in modo semplice ed onesto, senza paroloni. E’ inutile dire ad un bambino che la morte è temporanea e che chi è morto si assenterà per un lungo periodo. Bisogna spiegargli, semplicemente, che non ritornerà. All’inizio questo fatto potrebbe essere difficile da mandar giù, ma col tempo l’accettazione sarà meno dolorosa. Puoi ammettere, invece, al tuo bambino che non sai assolutamente che cosa succede dopo la morte. Questo dialogo gli permetterà di cominciare a riflettere. Per spiegare la morte c’è bisogno di termini semplici in quanto fino all’età di cinque - sei anni, la visione del mondo dei bambini è molto letterale. Così se colui che è morto era malato o anziano, si potrebbe spiegare, per esempio, che il corpo della persona non funzionava più e che i medici non potevano risolvere il problema. Se qualcuno muore improvvisamente, come in un incidente, si potrebbe spiegare cosa è accaduto, cioè che a causa di questo evento molto triste il corpo della persona ha smesso di funzionare. Potrebbe essere necessario spiegare che “morire” significa che il corpo ha smesso di funzionare e che non può essere “aggiustato”. L’aspetto positivo di ciò è che una persona morta non soffre più, non prova più dolore, freddo, fame… I bambini così piccoli hanno spesso difficoltà a capire che tutte le persone e gli esseri viventi alla fine muoiono e che questa situazione sia definitiva e che quindi la persona non tornerà più. Per questo il bambino avrà la tendenza a continuare a chiedere dove sta la persona amata o quando la persona ritornerà anche dopo avergli spiegato che non tornerà più. Per quanto frustrante questo sia, continuate a ribadire con calma che la persona è morta e non può ritornare.

4) Niente bugie ai bambini! è essenziale parlare subito col piccolo della perdita, senza aspettare che si stupisca di non vedere più quella la persona da un po’ di tempo. Evitare l’argomento o inventarsi storie ai confini della realtà genera solo confusione e angoscia nel bambino. I piccoli sono perfettamente in grado di capire il nostro dolore e sanno essere anche capaci di consolarci.

5) E’ necessario  spiegare al bambino che, se quella persona non è più presente fisicamente, lo sarà sempre nel suo cuore e lo accompagnerà nel corso della vita. Una fotografia appesa alla parete o un oggetto appartenente alla persona defunta possono essere utili per alleviare temporaneamente il suo dolore.

6) E’ utile far assistere il bambino al funerale. Ciò gli permetterà di capire meglio ciò che accade e trarre beneficio dal sostegno dei familiari, ma gli consentirà anche di poter piangere liberamente. Se il bambino lo desidera, può anche vedere il corpo del defunto e mettere una fotografia, un oggetto o un disegno nella bara.

7) Ricordate che i bambini non possono tollerare lunghi periodi di tristezza. Ciò significa che si può decidere di farli giocare e partecipare alle loro attività abituali. Questo non significa che essi non amano la persona che è morta, né significa che mancano di rispetto. Va bene permettere o incoraggiare i bambini a divertirsi come facevano prima della morte.

8) A volte capita che il bambino abbia dei sensi di colpa e possa sentirsi responsabile della morte di una persona cara perché convinto di non aver amato abbastanza il proprio caro in vita, oppure per avere pensato in passato cose cattive su di lui, o di avere desiderato la morte di questa persona per rabbia momentanea. In questo caso è bene spiegargli che non è colpa sua e capita a tutti di pensare cose cattive, ma che i pensieri non uccidono le persone.

9) Bisogna essere sempre presenti ed evitare di lasciare il bambino solo col suo dolore, rispettando i suoi ritmi. Alcuni bambini chiedono più coccole e attenzioni. Questo è sintomo del fatto che vivono male il decesso e hanno difficoltà ad accettare il lutto. Dite loro che li amate e, che anche se siete tristi o piangete, li amerete sempre e vi prenderete cura di loro. E’ bene uscire più spesso con loro e cercare di condividere maggiori momenti di relax e di coccole.

10) I cambiamenti nel comportamento del bambino (aggressività, isolamento sociale, disturbi del sonno, indifferenza) potrebbero essere il segnale che egli sta vivendo dei problemi connessi con la morte. In questi casi, è opportuno farsi consigliare da uno specialista. 
Dott.ssa Rita Manzo