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giovedì 2 agosto 2012

STILI EDUCATIVI DEI GENITORI

DIMMI CHE GENITORE SEI E TI DIRO’ CHE FIGLIO AVRAI!
Lo stile educativo adottato dai genitori influisce sullo sviluppo dei figli. Per stile educativo si intende quell’insieme di atteggiamenti che il padre e la madre manifestano nei confronti dei figli che  creano il clima emotivo nel quale i genitori attuano i propri comportamenti specifici, volti ad ottenere determinati risultati educativi. Ogni genitore si rapporta con il proprio figlio secondo uno stile educativo preferito, nella gran parte dei casi in modo assolutamente inconsapevole e istintivo. Questo stile educativo  influisce in particolar modo sullo sviluppo di un positivo senso del sé e delle competenze personali dei figli. 
Possiamo distinguere tre diversi stili educativi:
STILE AUTORITARIO
I genitori con uno stile autoritario sono guidati principi molto rigidi, impongono le regole ai propri figli senza alcuna spiegazione, alzano spesso la voce e perdono la pazienza, non accettano di essere contraddetti, a meno di severe punizioni. 
Esercitano un eccessivo controllo sul comportamento dei figli, indipendentemente dall’età e dal contesto in cui si trovino. Si dimostrano scarsamente affettuosi con i propri figli, apparendo distanti e a volte freddi. 
Le richieste di comportamento maturo sono elevate, la comunicazione genitore–figlio è scarsa e il punto di vista del minore non viene ritenuto importante né dunque preso in considerazione. 
In un ambiente così rigido, il bambino non ha la possibilità di sperimentare né di comprendere il valore delle regole, seppur rispettate per timore di essere puniti. È probabile che sviluppi una scarsa opinione di sé e che tenda a svalutare le sue capacità, assecondando passivamente il volere e le opinioni altrui. 

STILE PERMISSIVO/LASSISTA 
I genitori permissivi esigono poco dai figli, hanno difficoltà a imporre delle regole e a farle rispettate qualora ci siano. Lasciano il bambino libero di esprimere i suoi bisogni ma anche di autoregolarsi, senza alcun limite. Non esercitano alcun controllo sulla vita dei figli, né durante l’infanzia né dopo.
Sono affettuosi, accettanti e pieni di attenzioni, estremamente tolleranti  nei confronti dei comportamenti, richieste e desideri del bambino. Il livello comunicativo è buono o molto buono. Questi genitori richiedono raramente comportamenti maturi ai propri figli, e tendono a soddisfare tutte le loro richieste.  
Questo stile educativo non produce risultati migliori rispetto al precedente. Generalmente, la mancanza di regole provoca confusione, disorientamento e angosce nei minori. Questi ultimi, in assenza di un’autorità genitoriale, non percepiscono punti di riferimento e una guida sicura, per cui potrebbero sperimentare un falso senso di onnipotenza, da cui possono derivare notevoli problemi nelle relazioni sociali e nell’inserimento in gruppi amicali, soprattutto durante l’adolescenza, in cui possono manifestarsi comportamenti di tipo antisociale.

STILE AUTOREVOLE 
I genitori autorevoli stabiliscono delle regole chiare e coerenti per i propri figli e pongono loro dei limiti laddove ce ne fosse bisogno. Ascoltano le richieste e le domande di chiarificazione dei figli, sono interessati alla loro opinione e disponibili alla negoziazione.  Spiegano il perché di eventuali divieti o proibizioni. La comunicazione tra genitore e figlio è efficace. I genitori sono affettuosi e caldi. Ai figli vengono richiesti comportamenti maturi e appropriati alla loro età. È altamente probabile che, in tale clima familiare, i minori sviluppino buoni livelli di autostima e fiducia in se stessi, autonomia, maturità e competenza affettiva e sociale. Sono rispettosi delle regole ma non le seguono passivamente, le interiorizzano e le fanno proprie. Tale stile educativo incoraggia il bambino a essere autonomo dai genitori e, soprattutto, a sviluppare la sua personalità. Questi bambini avranno minori difficoltà di relazione con i coetanei e saranno più competenti nell’esprimere e portare avanti le proprie idee. Questo è lo stile educativo più consono a una buona educazione del bambino.

I genitori spesso  non aderiscono ad un unico stile educativo e si ritrovano a variare combinando diversi atteggiamenti in base alle situazioni e circostanze. L’importante  è riuscire a mantenere una certa coerenza verso il bambino e accettare di non essere perfetti! si può sbagliare,  l’importante è ammettere l’errore con sé stessi e con i propri figli.
                                                 Dott.ssa Rita Manzo
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martedì 17 luglio 2012

Il BAMBINO IPERATTIVO


Il Disturbo da Deficit di Attenzione/Iperattività, o ADHD, è un disturbo evolutivo dell’autocontrollo caratterizzato da una difficoltà di attenzione e concentrazione, di controllo degli impulsi e del livello di attività. Questi problemi derivano sostanzialmente dall’incapacità del bambino di regolare il proprio comportamento in funzione del trascorrere del tempo, degli obiettivi da raggiungere e delle richieste dell'ambiente.
Tale disturbo nel 70-80% dei casi coesiste con uno o altri disturbi. Ciò aggrava la sintomatologia rendendo complessa sia la diagnosi che la terapia. Quelli più frequentemente associati sono il disturbo oppositivo-provocatorio e i disturbi della condotta, i disturbi specifici dell'apprendimento e i disturbi d'ansia. 
L’ADHD è un vero problema, per l’individuo stesso, per la famiglia e per la scuola, e spesso rappresenta un ostacolo nel conseguimento degli obiettivi personali. E’ un problema che genera sconforto e stress nei genitori e negli insegnanti i quali si trovano impreparati nella gestione del comportamento del bambino.

Criteri diagnostici per il Disturbo da Deficit di attenzione/Iperattività

La più recente descrizione dell’ADHD è contenuta nel DSM-IV secondo il quale, per poter porre diagnosi di ADHD, un bambino deve presentare almeno 6 sintomi per un minimo di sei mesi e in almeno due contesti; inoltre, è necessario che tali manifestazioni siano presenti prima dei 7 anni di età e soprattutto che compromettano il rendimento scolastico e/o sociale. Se un soggetto presenta esclusivamente 6 dei 9 sintomi di disattenzione, viene posta diagnosi di ADHD - sottotipo disattento; se presenta esclusivamente 6 dei 9 sintomi di iperattività-impulsività, allora viene posta diagnosi di ADHD - sottotipo iperattivo-impulsivo; infine se il soggetto presenta entrambe le problematiche, allora si pone diagnosi di ADHD - sottotipo combinato. 
A. Entrambi (1) o (2):
1) sei (o più) dei seguenti sintomi di Disattenzione che persistano per almeno 6 mesi con un’intensità che provoca disadattamento e che contrasta con il livello di sviluppo:
Disattenzione
(a) spesso fallisce nel prestare attenzione ai dettagli o compie errori di inattenzione nei compiti a scuola, nel lavoro o in altre attività;
(b) spesso ha difficoltà nel sostenere l’attenzione nei compiti o in attività di gioco;
(c) spesso sembra non ascoltare quando gli si parla direttamente;
(d) spesso non segue completamente le istruzioni e incontra difficoltà nel terminare i compiti di scuola, lavori domestici o mansioni nel lavoro (non dovute a comportamento oppositivo o a difficoltà di comprensione);
(e) spesso ha difficoltà ad organizzare compiti o attività varie;
(f) spesso evita, prova avversione o è riluttante ad impegnarsi in compiti che richiedono sforzo mentale sostenuto (es. compiti a casa o a scuola);
(g) spesso perde materiale necessario per compiti o altre attività (es. giocattoli, compiti
assegnati, matite, libri, ecc.);
(h) spesso è facilmente distratto da stimoli esterni;
(i) spesso è sbadato nelle attività quotidiane.
2) sei (o più) dei seguenti sintomi di Iperattività-Impulsività che persistono per almeno 6 mesi ad un grado che sia disadattivo e inappropriato secondo il livello di sviluppo: 
Iperattività
(a) spesso muove le mani o i piedi o si agita nella seggiola; 
(b) spesso si alza in classe o in altre situazioni dove ci si aspetta che rimanga seduto; 
(c) spesso corre in giro o si arrampica eccessivamente in situazioni in cui non 
è appropriato (in adolescenti e adulti può essere limitato ad una sensazione soggettiva di 
irrequietezza); 
(d) spesso ha difficoltà a giocare o ad impegnarsi in attività tranquille in modo quieto; 
(e) è continuamente “in marcia” o agisce come se fosse “spinto da un motorino”; 
(f) spesso parla eccessivamente; 
Impulsività
(g) spesso “spara” delle risposte prima che venga completata la domanda; 
(h) spesso ha difficoltà ad aspettare il proprio turno; 
(i) spesso interrompe o si comporta in modo invadente verso gli altri (es. irrompe nei giochi o nelle conversazioni degli altri).
B. I sintomi iperattivi-impulsivi o di disattenzione che causano le difficoltà devono essere presenti prima dei 7 anni. 
C. I problemi causati dai sintomi devono manifestarsi in almeno due contesti (es. a scuola [o al lavoro] e a casa). 
D. Ci deve essere una chiara evidenza clinica di una significativa menomazione nel funzionamento sociale, scolastico o lavorativo. 
E. I sintomi non si manifestano esclusivamente nel corso di un Disturbo Generalizzato dello Sviluppo, Schizofrenia o altri Disturbi Psicotici oppure che non siano meglio giustificati da altri disturbi mentali (es. Disturbi dell’Umore, Disturbi Ansiosi, Disturbi Dissociativi o Disturbi di Personalità). 
I sintomi peggiorano tipicamente in situazioni che richiedono attenzione e sforzo mentale protratti o che mancano di attrattiva o di novità. I segni del disturbo possono essere minimi o assenti quando il soggetto è sotto controllo, ed è più probabile che si manifestino in situazioni di gruppo. L’ADHD non è un problema marginale che si risolve con l’età. Contrariamente a quanto si riteneva un tempo, infatti, la condizione può persistere in età adulta. La sua storia naturale è caratterizzata dalla persistenza fino all’adolescenza in circa due terzi dei casi e fino all’età adulta in circa un terzo o la metà dei casi. Molti di quelli che non rientrano più nella descrizione clinica dell’ADHD hanno ancora significativi problemi di adattamento nel lavoro, a scuola o in altri contesti sociali.
Le caratteristiche del disturbo variano a seconda dell’età e del livello di sviluppo e possono includere scarsa tolleranza alla frustrazione, eccessi d’ira, prepotenza, caparbietà, labilità d’umore, disforia, scarsa autostima, rifiuto da parte dei coetanei. I risultati scolastici sono spesso compromessi e i soggetti conseguono un livello di istruzione inferiore.
E’ difficile stabilire una diagnosi nei bambini con meno di 4-5 anni perché il loro comportamento è molto più variabile di quello dei bambini più grandi. Nella tarda fanciullezza o nella prima adolescenza i segni di attività motoria sono eccessivi e grossolani e i sintomi di iperattività possono essere limitati a irrequietezza, nervosismo interiore. Nell’età adulta l’irrequietezza può comportare difficoltà di partecipare ad attività sedentarie o l’evitamento di situazioni che limitino l’attività di comportamento spontaneo.
Una causa specifica dell'ADHD non è ancora nota. Ci sono tuttavia una serie di fattori che possono contribuire a far nascere o fare esacerbare l'ADHD. Tra questi ci sono fattori genetici e le condizioni sociali e fisiche del soggetto.
E’ necessario capire se il bambino abbia veramente un Disturbo da Deficit di Attenzione/Iperattività oppure se sia semplicemente irrequieto e con la testa tra le nuvole. Nessuna persona, che non sia uno specialista (ad esempio, uno psicologo o un neuropsichiatra infantile), si deve sentire autorizzata a decidere se un bambino presenta o meno un ADHD.
                                             Dott.ssa Rita Manzo




lunedì 7 maggio 2012

GENITORI E FIGLI:QUANDO IL GIOCO DIVENTA UN’ATTIVITA’ CHE DIVERTE ENTRAMBI



Il gioco è l’attività primaria dei bambini, i quali, attraverso di esso, riescono ad esprimere le proprie emozioni, ad adattarsi all’ambiente che li circonda e a sviluppare adeguate capacità di problem solving. Il gioco infantile, se utilizzato correttamente, favorisce lo sviluppo globale del bambino, contribuendo al  suo benessere cognitivo, fisico, sociale ed emotivo e alla formazione della sua coscienza morale. Attraverso il gioco i bambini imparano ad avere fiducia nelle proprie capacità individuali (fisiche e mentali),ad esplorare il mondo, a scoprire se stessi; in sostanza rappresenta il loro modo di lavorare, di apprendere, di comunicare, quindi di dominare la realtà.
Il gioco è il linguaggio attraverso cui i bambini esprimono ciò che non riescono a tradurre in parole. Per tutti questi motivi le mamme fanno molta attenzione quando comprano i giocattoli per i loro bambini assicurandosi che questi siano educativi e che siano adeguati allo sviluppo psicologico del bambino. Grazie al gioco i bambini possono esprimere con naturalezza conflitti, disagi o situazioni che gli creano ansia e dominare situazioni emotive troppo intense per la loro età. Giocare gli consente di abbandonare momentaneamente  la realtà con le sue regole per entrare in un mondo di fantasia  nel quale ogni desiderio si  può realizzare. Giocando i bambini ci rivelano  non solo come rappresentano la realtà ma anche come la percepiscono. Pertanto è  utilissimo per i genitori osservare il modo di giocare dei propri figli, al fine di ricavarne preziosi indicatori del loro sviluppo emotivo. 
I bambini piccoli adorano giocare con i loro genitori e questo loro desiderio va assecondato in quanto il gioco tra genitori e figli permette di migliorare la relazione familiare che, come sappiamo, ha un ruolo prioritario sullo sviluppo della personalità e della socializzazione dei bambini essendo un ambiente naturale d'apprendimento di concetti e d'attitudini che agiscono come rinforzo e come motivazione per il raggiungimento di nuovi obiettivi educativi. Il gioco con i genitori consente al bambino di costruire con loro legami di intimità. Giocare equivale a conoscersi e a identificarsi maggiormente nel ruolo genitoriale, conoscere e a farsi conoscere meglio dai propri figli, a dialogare e a creare legami più forti. Si può affermare che giocare è il miglior modo di educare.  L’ appuntamento col gioco cancella o rende più accettabile l'altro tipo di relazioni che i genitori hanno abitualmente con i figli: "Hai finito i compiti? Hai messo a posto i giochi? Mi fai vedere la pagella? Si va a letto dopo cena!" ecc.. E’ importante che il gioco diventi un momento di incontro tra il bambino e i suoi genitori. Ai giochi elettronici, passivizzanti e ripetitivi, sono da preferire i giochi di finzione che danno ai bambini la possibilità di esprimere le loro emozioni.

Nei primissimi anni di vita, il gioco più apprezzato ed amato dal bambino è la mamma o eccezionalmente chi si prende cura di lui. La madre è un "giocattolo universale"; per il bambino la mamma è tutto: lo ama, si prende cura di lui, gli presenta il mondo, gli dà sicurezza, gli trasmette fiducia. 
Oggi purtroppo, molto di frequente, vediamo il crearsi di una frattura nella comunicazione tra genitori e figli in quanto molti genitori a causa dei ritmi frenetici della vita lavorativa non hanno molto tempo a disposizione da dedicare ai loro figli in compenso trascorrono molto tempo fuori casa rispetto agli anni precedenti. È molto importante lasciarsi trascinare dai giochi dei bambini perché ciò consente ai genitori di stabilire un legame speciale con loro che si rivelerà molto utile per entrambi durante l’adolescenza.

                                               Dott.ssa Rita Manzo

"il bambino che non gioca non è un
bambino, ma
l'adulto che non gioca
ha perso il bambino che era in lui
e di cui avrà sempre bisogno"
P.Neruda